Assistenza sanitaria

In Italia le prime leggi di assistenza sanitaria furono promulgate da Ferdinando IV di Borbone in occasione della fondazione della colonia socialista di San Leucio nei pressi di Caserta[1].

Durante il fascismo il sistema sanitario era costituito su base nazionale dalla Direzione Generale della sanità pubblica alle dirette dipendenze del Consiglio dei Ministri. Ne facevano parte l’Istituto superiore di sanità con competenze tecniche e il Consiglio superiore di sanità con funzioni consultive formato dai prefetti per ogni Provincia. A un livello inferiore vi erano le Direzioni Sanitarie Provinciali con a capo il Prefetto che si avvaleva della collaborazione di un Medico provinciale, del Laboratorio d’igiene e profilassi e di un Consiglio Provinciale Sanitario. L’ultimo livello era rappresentato dal podestà (sindaco) e dall’ufficio d’igiene municipale[2].

Il sistema sanitario fascista continuò a funzionare regolarmente fino all emanazione della 23 dicembre 1978 n. 833 che istituì il Servizio Sanitario Nazionale, riorganizzò l’assistenza sanitaria su base territoriale tramite le Unità Sanitarie Locali (poi divenute aziende sanitarie locali ai sensi del d.lgs 30 dicembre 1992 n. 502).

La legge del 1978 costituì dal punto di vista pratico l’attuazione del dettato dell’art. 32 della costituzione italiana[senza fonte], infatti l’articolo art. 32 della Costituzione italiana, garantisce il diritto di salute dei cittadini indiscriminatamente.

L’attività di coordinamento e garanzia di questo primario diritto dei cittadini è di competenza del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, mentre le regioni ne attuano le finalità.

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